Filosofo esecutivo presso grandi aziende internazionali, ma anche podcaster arguto e ipnotico nel suo “Chi Cerca Tova”, oggi è qui per farci riflettere sull’inchiostro…

Allora Raffaele, la filosofia entra ben presto nella tua vita, ad appena otto anni. I tatuaggi, invece, quando invadono il tuo immaginario?
Beh, innanzitutto fammi dire che questa non è una passione germogliata in famiglia visto che mia madre ogni tanto mi domanda ancora quando me li farò finalmente rimuovere col laser! (ride)

Raffaele Tovazzi, ph by Aldo Sodoma

La mamma ha sempre ragione, no?
Battute a parte, l’input che mi ha spinto a tatuarmi è stato l’amore che nutro, fin da quand’ero bambino, verso l’arte, i simboli e le sottoculture in generale. L’inclinazione che ho verso la tattoo art è la stessa che mi porta a tifare una piccola squadra inglese come il Queens Park Rangers e non il Real Madrid o l’Arsenal.

Ok, ma spiegati meglio per quegli utenti non calciofili che ci stanno leggendo…
Il fatto è che non mi sento molto a mio agio con l’attuale mainstream globale. Tra una squadra di culto – di quartiere, oserei dire… – e una multinazionale del football, beh, simpatizzerò sempre per la prima. Idem con i tatuaggi la cui simbologia millenaria preferirei farmela spiegare da uno come Filip Leu, passando ore nel suo studio svizzero, piuttosto che da un programma televisivo di successo. E ti sto parlando di uno di quei format che 99 volte su 100 banalizzerebbero senz’altro l’argomento.

Raffaele Tovazzi, ph by Aldo Sodoma

E fin qui direi che siamo tutti d’accordo.
Beh, a questo punto l’avrai capito. Se si trattano determinati temi, mi piace lo studio approfondito e non la chiacchiera superficiale. Ecco perché, quando ho cominciato a tatuarmi, avevo già 24 anni e sono andato a Milano da Claudio Pittan. Di certo non il primo artista che cerchi a caso navigando su Internet…

Avevi le idee terribilmente chiare o sbaglio?
Sai, quando ho spiegato a Claudio che…

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